Tappo a Corona | Come è nato e la sua storia

Il tappo a corona: facciamo un po’ di storia

Breve excursus storico sui tappi a corona. Nascita e curiosità su un oggetto che ha fatto la storia del mondo beverage

Il tappo a corona è diventato di uso comune per molte bevande alcoliche e non. Basta guardarsi in giro tra gli scaffali del supermercato per accorgersi che questa tipologia di chiusura non sigilla solo le birre come comunemente si pensa, ma anche diverse bevande, in bottiglia di vetro, appartenenti al mercato premium e super premium.

Tappi a corona

Prima dell’invenzione dei tappi a corona, il ciclo medio di vita delle bevande gassate era molto breve. Utilizzando per lo più chiusure in sughero, infatti, durante il trasporto e lo stoccaggio si assisteva molto spesso ad incidenti quali, per esempio, fuoriuscita di liquido o evaporazione di anidride carbonica. Questo accadeva fino alla fine del 1800.

La rivoluzione del mondo beverage

I tappi a corona furono brevettati da William Painter, ingegnere meccanico irlandese che a lungo si era interrogato su quale fosse il sistema migliore per sigillare le bottiglie in vetro. Era il 2 febbraio del 1892, data in cui avvenne una vera e propria rivoluzione nell’intero settore beverage.

Dopo aver registrato il brevetto, William Painter fondò la Crown Cork and Seal Company a Baltimora (oggi Crown Holdings) dove iniziò ad occuparsi strettamente di packaging nel mondo delle bevande, utilizzando il suo innovativo tappo a corona.

Il tappo, allora visto come futuristico, era un oggetto realmente molto semplice ed economico da produrre. Di fatto, era composto da normale metallo ed aveva un’estremità zigrinata a forma di corona rovesciata, da cui appunto prende il nome di tappo a corona. Per essere davvero a prova di qualsiasi fuoriuscita di liquido, il tappo a corona era rivestito con un sottile disco di sughero, a sua volta ricoperto da una pellicola che sigillava il contenuto della bottiglia. Questa precauzione evitava il contatto diretto tra bevanda e metallo, il quale avrebbe potuto alterarne il sapore.

L’evoluzione dei tappi a corona

Negli anni Venti del ‘900, la Crown Cork and Seal Company vantava diverse filiali sparse in tutto il globo. Il Proibizionismo di allora, però, non risparmiava nessuno e per questo l’azienda dovette spostarsi verso la chiusura di bibite gassate e dire addio alle birre, core-business fino ad allora. Inoltre, negli anni Trenta, l’azienda cominciò a sperimentare anche il sistema di chiusura delle lattine.

Terminata l’era del Proibizionismo, il tappo a corona rientrò ad essere di uso comune per buona parte delle tipologie di bevande presenti sul mercato, con buona pace di tutti i consumatori dell’epoca.

Ma c’era solo una cosa a cui William Painter non pensò quando lanciò il suo tappo a corona: la possibilità di richiudere la bevanda non finita. Ed ecco che la risposta arrivò nella seconda metà degli anni Sessanta, sempre negli Stati Uniti, con la creazione dei tappi corona a vite. La loro speciale conformazione permetteva di evitare l’uso dell’apribottiglie e di richiudere la bevanda avanzata, grazie all’apposita filettatura sul collo della bottiglia.

Infine, ma non certo per importanza, sempre nello stesso periodo avvenne la sostituzione del disco in sughero all’interno del tappo con un altro fatto in plastica. Altra piccola rivoluzione che contribuì a cambiare per sempre il settore beverage.

Il tappo a corona oggi

Al giorno d’oggi, il tappo a corona è ancora molto utilizzato per la chiusura di birre e di bevande frizzanti in bottiglia di vetro, in qualità di sinonimo di appartenenza al settore premium. Inoltre, può essere utilizzato insieme alle bidule per la seconda fermentazione di vini metodo classico e Champagne.

Nel corso del tempo, i tappi a corona sono diventati una vera e propria icona, strumento di comunicazione ed elemento distintivo di molteplici brand, tanto da spingere i consumatori finali a collezionarli come gadget.

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